
Sulla tolda del Titanic questa domenica si balla da mattina a sera. Così fan tutti e anche il nostro campionato ex più bello del mondo si adatta. È un ritorno alla classica tradizione italiana del pranzo festivo. Una maratona culinaria a portate multiple. Si comincia alle 13 con l'aperitivo (questioni di primetime di Cina e Giappone che si sorbiranno Atalanta-Fiorentina dopo riso e sushi serale) per finire alle 21 con il dessert offerto da Milan e Lecce. In mezzo, alle 15 le pietanze degli altri incontri. Tutte meno il piatto della partita clou che verrà servito alle 19 da Udinese e Inter. Lo han chiamato spezzatino, ma siamo assai prudenti con la definizione che rischia di rendere di pessimo gusto un manicaretto tanto prelibato, con o senza funghi.
L'interminabile domenica, al di là delle esigenze televisive, è la cartina di tornasole della confusione che regna sotto il cielo calcistico italiano, prodigo di annunci, proposte di nuovi regolamenti e di nuove competizioni. E ora appelli alla moderazione salariale. Una montagna di proclami ai quali non fa seguito alcun provvedimento degno di nota.
In queste settimane abbiamo scorso e letto con l'avidità dei dipendenti dalla droga-pallone, gli schemi sul futuro campionato europeo; abbiamo ammirato i grafici sui tre, quattro, cinque arbitri che vigileranno sulle partite; abbiamo pensato al cartellino arancione con i giocatori espulsi a tempo e magari mandati a scontar pena nel mitico gabbiotto come si fa nell'hockey su ghiaccio (con i giocatori che sembrano anime dannate sospese all'asta); abbiamo fantasticato sulla quarta o quinta sostituzione nei supplementari.
Per i dirigenti e presidenti del calcio vale l'effetto annuncio tanto praticato in molti governi del pianeta: non importa ciò che si fa, importa che la gente creda che si faccia. Ben ci sta, noi tifosi siamo così gonzi che ci beviamo tutto.
Ora siamo al campionato low cost. Il tempo delle vacche grasse è terminato, tuonano gli stessi maggiori dirigenti del bel mondo che ha dato il via alla sarabanda milionaria che è sotto i nostri occhi.
Non c'è trippa, accontentatevi di Kakà, tuona Galliani, mentre Ancelotti trema al pensiero di dover fare i conti per l'ennesima volta con Dida, Bonera e Senderos. Intanto sull'altra sponda milanese Mourinho prepara la lista per trovare la squadra perfetta che vinca una coppa che manca dai tempi del bianco e nero con una sola rete televisiva. Per fortuna sua, i tempi del petrolio non sono finiti e il distributore Moratti è sempre aperto. Anche se il pieno serve ad alimentare macchine "a trivela". La Juve fa i conti con i suoi molti over 30 e pensa a capitalizzare la rendita Buffon prima che sia troppo tardi. Ma fa sapere che ha a disposizione un tesoretto e annuncia la costruzione del nuovo stadio in proprietà.
Succede che nei momenti cruciali, com'è quello che stiamo attraversando, spesso si parli d'altro. Si tirano in ballo formule, alchimie contabili, si parla delle brioches quando mancano uova, farina e zucchero. È il calcio nel suo insieme che deve trovare una risposta equilibrata ai tanti, troppi problemi, ma dubitiamo che ciò possa essere fatto dalla medesima classe dirigente che ha condotto a una simile situazione.
Nel gran baccano che si fa intorno ai tetti salariali, agli ingaggi, troppo spesso si dimentica che tali anomalie non sono un prodotto importato, ma il frutto di un mercato impazzito. Le società calcistiche per anni hanno stilato bilanci non in regola, truccando sulle plusvalenze e altre diavolerie contabili. Sono stati i presidenti a concedere ingaggi multimilionari e ad alterare ogni equilibrio. Senza neppure legare questi super compensi agli effettivi risultati raggiunti.
Accade non solo in Italia, ma questo non ci consola. In Inghilterra i grandi magnati stanno abbandonando il terreno; in Spagna una decina di squadre (Valencia su tutte) sono sull'orlo della bancarotta.
Che fare? Il calcio è azienda-spettacolo e quindi deve rispettare le regole dell'economia e le leggi dello spettacolo che pretendono veri e molteplici competitori. Tetti salariali e principi di assistenza ai meno dotati sono quindi i principi cardine da mettere in atto. Nulla da inventare, basta guardare alle grandi leghe professionistiche di baseball, basket e football americani. Qualche giorno fa il Financial Times ha illustrato l'ipotesi sulla quale sta lavorando la Uefa. Una tassa sul lusso che stabilisca stipendi e prelievi fiscali sulla base di quanto spendono le squadre e ridistribuisca l'ammontare delle entrate ai club meno ricchi. L'Uefa, sempre secondo Ft, sarebbe anche intenzionata a porre limiti al numero dei giocatori per ciascuna squadra. Misure, a giudizio del quotidiano britannico, più agevoli da applicare dei tetti salariali.
La materia è complessa, come si usa dire in questi casi per trarsi d'impaccio. Ma prima ancora del modo, conta con chi uscire da questa crisi. Anche i cosiddetti mecenati devono farsene una ragione e farsi affiancare da gente competente, in ogni ramo e non solo nel dribbling e negli schemi di gioco. Circondarsi di aziendalisti, tanto per restare a un termine usato a sproposito nelle sgangherate polemiche di questi giorni. Traggo la definizione dal dizionario Devoto-Oli della lingua italiana. Aziendalista: esperto in economia aziendale.
3 aprile 2009
Fonte: ilsole24ore
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